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Anno V - Num. 29 / 2017

Anno V - Num. 29 - 15 settembre 2017 Cultura e spettacolo

Portella della Ginestra un mistero che dura da 70 anni

di Barbara Filippone
         

Palermo – Presso l’Auditorium della Rai venerdì 3 novembre si è svolta la presentazione del libro “Portella della Ginestra Primo maggio 1947 Nove sopravvissuti raccontano la strage” di Mario Calivà, edito da Navarra editore, un incontro non solo di lettura e di emozioni forti, ma di musica, poesia e tanto teatro.

Ad intervenire alla presentazione, un parterre di eccezione, moderato dalla giornalista Ambra Drago. I primi ad intervenire e raccontare come fosse nata la loro collaborazione con l’autore, sono stati gli storici proff. Francesca Lo Nigro e Carmelo Botta i quali, in modo diverso, hanno descritto il quadro e il contesto storico nel quale si sviluppa l’opera di Calivà in modo preciso e dettagliato: soprattutto la prof.ssa Lo Nigro delinea il profilo storico di quei lavoratori fascianti che nella seconda metà del 1800 decisero di collaborare per elaborare un progetto di cambiamento ma soprattutto per l’acquisizione della consapevolezza dei diritti dei lavoratori; in realtà dietro Portella vi stava la lotta dei contadini contro l’oppressione mafiosa, contro il latifondo agrario, ma più di tutto fu l’assoluta novità del ruolo delle donne, nonché la loro lotta che per la prima volta andarono a votare: storia eccellente dunque delle donne nella storia di Piana; donne resesi conto di quanto fosse importante questo progetto di cambiamento dei fasci dei lavoratori, facendosi promotrici e spingendo i loro uomini a prendere posizione portando un progetto politico che fanno loro e che sposarono in toto. Ribadendo dunque concetti storici acquisiti ma ai quali spesso non si dà quello spunto sociale importante di un ruolo spesso negato al popolo siciliano di forza e resistenza,  molti braccianti per contrastare la dittatura fascista misero in pericolo la loro vita, quindi uomini e donne protagonisti nell’arco di 70 anni di un cambiamento storico importante, così come il disagio economico diventò lotta politica nonostante il popolo siciliano venisse considerato un popolo remissivo, che “lasciava passare la piena e chinare il capo”; invece non fu così e gli uomini e le donne che andarono quel giorno a Portella non andarono solo a festeggiare, presero posizione contro i mafiosi, contro i latifondisti che allora opprimevano le terre e il loro lavoro; pur comprendendo l’eventuale pericolo di quel che poi in realtà si verificò, andarono lo stesso ad esprimere un dissenso forte, e Portella finì per rappresentare  l’esempio di orgoglio siciliano; la storia diventa maestra di vita quando indaga sugli atteggiamenti del popolo, quando i personaggi diventano portatori di valore, così il testo di Calivà dovrebbe essere proposto ai ragazzi di scuola per l’insegnamento che viene fuori; in una delle interviste ai sopravvissuti si ribadisce il concetto di dover superare e affrontare le paure perché vivendo con le paure alla fine non si vive.

A seguire l’intervento del professore il quale sottolinea che per poter comprendere ciò che succede quel primo maggio del ‘47 dobbiamo fare un passo indietro nel ‘44: in Via Maqueda ci sarà infatti una strage dimenticata che la  memoria non ha voluto ricordassimo: il 19 ott del ‘44 vengono emanati infatti quei decreti Gullo che avrebbero condotto alla strage di Portella; attraverso questi decreti veniva stabilita la suddivisione al 50 % dei beni raccolti sulla terra fra chi la coltivava e chi la possedeva, la possibilità di coltivare per un periodo completo che andava dalla semina al raccolto, piuttosto che essere mandati a casa prima, dunque garanzie che riguardavano i più deboli; solo anteponendo questi fatti si possono leggere i fatti di Portella in cui a perdere la vita furono 11 fra uomini e donne a cui si aggiunsero una trentina di feriti e successivi tre morti a causa delle ferite riportate. Questa fu la prima strage dell’Italia repubblicana.

Arthur Schopenhauer diceva che chi non conosce la storia vive come un sonnambulo, pertanto anche nella strage di Portella tante sono le versioni che ci raccontano di quella giornata, sullo stesso Giuliano “autore” della strage ci sono 40 biografie, eppure sono state glorificate persone nefaste per la nostra Sicilia; Giuliano a 18 anni uccide un carabiniere per passare un carico di grano e macinarlo illegalmente,  sebbene fosse presentato come il Robin Hood siculo in realtà voleva arricchire solo se stesso, finché non serve alla mafia e comunque il Giuliano non farà nulla senza che la mafia dia il suo assenso… insomma la storia di Portella partirebbe da almeno 3 anni prima…

Nelle pause fra i diversi interventi, due musicisti Martina Mazzola soprano e il maestro Gianbartolo Porretta pianista, regalano un’atmosfera suggestiva. L’autore Mario Calivà, poeta e drammaturgo, tiene a sottolineare quanta emozione abbiano provocato in lui i racconti di quei sopravvissuti, nonostante siano trascorsi 70 anni, quanto stupore e sconcerto di quei fatti in cui quella gente umile si era recata quel Primo maggio per festeggiare e manifestare contro quel latifondismo che li soffocava. Spari che sopraggiunsero quando non era ancora arrivato l’oratore, spari che inizialmente vennero mal interpretati: “Nentii, nun vi scantati, ca a Chiana si spara pì fari festa” (Niente non abbiate timore che a Piana si spara per fare festa).  E così 70 anni dopo è giusto ancora ricordare quei morti e il loro valore…

L’atteso intervento di Lollo Franco, attore e regista teatrale ha finito per dare una rappresentazione viva di quei fatti; come lui stesso racconta, prima di partecipare all’incontro si era soffermato a guardare alcune fotografie di allora  e si rende conto di quanto Giuliano in quel contesto venne usato, un belloccio divenuto poi scomodo, e interpretato nella storia del cinema e del teatro da tanti attori; lui era di Montelepre, un paese che sembra essere in realtà del Nisseno; lui che aveva un rapporto col territorio particolare, induce a pensare ad un preciso concetto che in realtà finisce per riguardare tutti i siciliani: noi abbiamo preso il gusto arabo, spagnolo, angioino, greco ma non abbiamo mai dato niente di noi e questo fatto stranisce; noi che filtriamo tutte le cose attraverso noi, per farle nostre, ma che non diamo niente agli altri: così siamo pieni di cultura ma spesso ci attribuiscono l’origine di alcune cose pur non appartenendoci;  per esempio il pane con la milza non è siculo ma originariamente appartenuto agli ebrei,  quindi l’origine del pane con la milza è ebrea, mentre noi adesso lo consideriamo nostro; con un esempio banale noi riusciamo a prendere le cose degli altri e farle nostre. E così Portella è un fatto storico che durerà nel tempo e porterà dentro molti misteri, perché non erano d’accordo neanche quelli che hanno sparato a sparare a gente innocente, ma quando la mafia impone si può solo ubbidire; la storia se la si guarda guardando al futuro diventa importante attraverso le voci dei sopravvissuti nel mistero di Portella. Le ginestre intorno ad un arido intorno e al bianco grigio delle rocce, lì veramente era impossibile pensare si potesse fare una strage, eppure sono riusciti a farla.

Un lungo applauso per la sua riflessione.

Oltre la musica, a sottolineare le pause, l’attrice Anna Maria Salerno che fa sue quelle testimonianze, leggendole e interpretandole, in cui quei tragici momenti tornano a prendere vita e forma, così in ogni sua battuta l’atmosfera si fa buia e intrisa di dolore.

L’intervento della giornalista Teresa Di Fresco, chiude questa emozionante presentazione, il cui vigore ha fatto soprassalire la platea: sottolinea un fatto importante, ovvero che quel libro sia un libro dentro a un libro, una storia nella storia, in cui gli eventi storici narrati, trovano la testimonianza di chi veramente ha vissuto quei momenti, così l’autore si ritrova a fare il mestiere di giornalista, del cronista nello specifico, e raccontare è il mestiere di tutti i giornalisti.

Leggendo le interviste, aggiunge la Di Fresco, saltano all’occhio del lettore attento, delle differenze nelle diverse testimonianze perché ognuno la racconta così come l’ha vissuta nonostante i 70 anni trascorsi, e tali ricordi non possono essere mai sottovalutati né tanto meno dimenticati, riuscendo magari ad esorcizzare quel dramma che avrà condizionato tutta la loro vita, perché la storia vera non si fa unicamente dalla parte dello storiografo ma dalla viva voce di chi l’ha vissuta. La regola è sempre la stessa: per raccontare un fatto è necessario andare alla fonte.

Ognuno ha raccontato quel giorno in modo personalissimo, 9 testimonianze uniche, anche anagraficamente uniche, erano per lo più giovani e adolescenti, ma un’intervista in particolare, quella di Concetta Moschetto ha colpito l’attenzione di Teresa; testimonianza diversa da quelle rilasciate dagli uomini, perché per lei era unicamente un fatto tragico familiare mentre per gli uomini, allora bambini, era un fatto più politico come si evince dai loro stessi racconti; Concetta invece nel suo racconto emoziona e anche tanto, ricorda la morte della madre che finisce per essere portata a casa sopra l’ala di un aeroplano precipitato durante la guerra e farà tenerezza,  la storia fatta da persone che si spostavano da tre diversi paesi per raggiungere uno stesso posto, in una giornata di sole, in una Sicilia splendida, per celebrare non soltanto una giornata di festa, tutto quanto sembrerà la sceneggiatura di un film… si celebrava, infatti, qualcosa che per loro, oltre ad essere importante per il fatto in sé, lo diventava perché essi stessi ne erano compartecipi. Contadini e bambini in festa dove improvvisamente i primi colpi di spari sembravano giochi, sui loro volti si dipinse la sorpresa e lo sbigottimento, l’incredulità a cui seguì poi il panico e il terrore una volta realizzati i fatti.

E dopo il terrore venne il momento del dolore.

E alla tragicità di quegli eventi si associano pensieri che oggi apparentemente potrebbero sembrare effimeri, ma che invece per quel tempo, per quel contesto particolarmente misero erano importanti, come lo stralcio di un pantalone “fatto a sacrifici”, e per il quale si può finire per arrabbiarsi, un proiettile che sfiora una gamba che non ferisce ma che lascia apparentemente solo uno strappo quello della festa… solo dopo quello stralcio resterà anche nell’anima.

Come il cronista di una volta che informato di un delitto si reca sul luogo dell’omicidio e fatte le domande di rito alle forze dell’ordine va ad intervistare i parenti delle vittime per poi scriverne il pezzo, così Mario Calivà ha fatto con i suoi testimoni allora bambini, le cui interviste vanno dal 2015 al gennaio 2017; e chi meglio di quei testimoni presenti quel maledetto Primo maggio del ’47, poteva dargli informazioni precise al di là della stessa cronaca raccontata sui libri di storia? Ma attraverso uno sguardo preciso di chi ha vissuto e pagato sulla propria pelle la tragicità di quegli eventi, il suo testo narrativo diventerà una testimonianza soprattutto storica che andrebbe per questo proposto a scuola come approfondimento e appoggio ai libri di testo già in uso.

L’autore alla fine dell’incontro ha deliziato i palati della platea offrendo il cannolo tipico di Piana degli Albanesi.

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