Periodico registrato presso il Tribunale di Palermo al n.6 del 04 aprile 2012

Anno VIII - Num. 44 - 16 novembre 2020

Anno I - Num. 05 - 16 febbraio 2013 Sport

Dopo Sannino e Gasperini, ecco Malesani. Il Palermo alla sua prima made-Malesani, pareggia ma meritava di vincere

Il Palermo tra cronaca e fantasia – Parte quinta

di Benvenuto Caminiti
         

Gli stemmi del Palermo e del Pescara

Arrivati a questo punto, conta solo la maglia: tutto il resto è noia, direbbe Califano, perché i presidenti passano, gli allenatori passano, i giocatori passano: resta solo la maglia, che non si può, non si deve, tradire. La maglia intesa come colori, come storia, come senso di appartenenza.

La maglia intesa come IL PALERMO.

E se onorarla quando si vince è perfino… onorevole, lo diventa ancora di più quando si perde e gli avversari ti irridono, in campo e fuori e i tifosi delle cosiddette strisciate (inter, Juve e Milan) ti sfottono dopo ogni sconfitta. E’ quello il momento della verità, perché salire sul carro dei vincitori è facile, restarvi e gloriarsene un piacere, ma scappar via quando le cose vanno male, una vergogna. Un disonore per un tifoso vero. Ed è quello che sta succedendo in queste ultime settimane di martirio rosanero, col Palermo ultimo in classifica che annaspa disperatamente come un poveraccio caduto in acqua che vorrebbe raggiungere la riva per salvarsi, ma purtroppo non sa nuotare.

Ecco, il Palermo ultima versione, da pochi giorni tolto a Gasperini e affidato a Malesani, sembra così combinato: si agita, si dimena, urla e strepita, guarda la riva che, per quanti sforzi faccia, invece di avvicinarsi si allontana sempre di più. Fuor di metafora, dopo la sconfitta con l’Atalanta e il pareggio con il Pescara, entrambi in casa (e, nelle aspettative dovevano essere due vittorie, cioè sei punti) ed entrambi contro due avversarie dirette nella lotta per la salvezza, sembra finita. D’altronde, i numeri parlano chiaro, come sempre: tre sole vittorie, nove pareggi e dodici sconfitte: siamo ultimi anche… in aritmetica. In totale, venti punti. Come il Siena, solo che il Siena sconta una penalizzazione di sei punti e quindi anche il Siena, nei fatti, intesi come risultati in campo, ci sovrasterebbe nettamente.

Insomma, con un’altra espressione colorita anche se un trita e ritrita, direi: siamo alla frutta. In altri termini e senza tante perifrasi: rassegniamoci, siamo ormai in serie B. Non ufficialmente, non matematicamente, ma … ragionevolmente, perché siamo scarsi, i più scarsi del lotto, avremmo difficoltà perfino in serie B, così modesto è il livello tecnico del nostro organico.

Troppo pessimista? Non direi, solo realista. Guardo i fatti, analizzo le cifre, metto a confronto le mie forze con quelle avversarie e non trovo ragionevoli motivi di speranza. E mi danno l’anima perché i segnali di tanto sfacelo erano già chiari a tutti – tranne a chi non voleva vederli – sin da questa estate, quando un organico, già decimato la stagione precedente, veniva ulteriormente falcidiato, con le cessioni di Migliaccio e Balzaretti, mai degnamente sostituiti. E, soprattutto, con l’ostentata sicumera del presidente che, come aveva fatto alla vigilia dei precedenti nove campionati, dichiarava spavaldamente: Quest’anno siamo forti, siamo più forti dell’anno scorso!. Una boutade? No, un ritornello, diventato, per la regolarità con cui veniva annualmente propinato a stampa e tifosi, un tormentone a… scopo pubblicitario. Come uno spot!

Ne faceva subito le spese Sannino, l’allenatore, dopo solo tre partite, quando “Zampa“ chiamava in panchina Giampiero Gasperini.

Con Gasperini, cambiava poco o nulla, perché se a tavola trovi patate e cipolle non puoi preparare un pranzo raffinato. E infatti, pur giocando dignitosamente, il Palermo terzultimo era e terzultimo restava. A questo punto, Zamparini, avvertendo l’eco della contestazione dei tifosi che montava di partita in partita, anzi di sconfitta in sconfitta, esonerava anche Perinetti e, tra la sorpresa generale, lo sostituiva con Pietro Lo Monaco. Anzi, faceva di più: lo nominava amministratore delegato e gli cedeva pure il 10% delle azioni della società: un autentico colpo di mano. O, come lui lo definì: La mossa migliore – l’unica – per uscire dall’impasse nel quale ci troviamo: Pietro conosce il calcio come pochi, è l’unico in grado di riportare sulla retta via una squadra che sembra averla smarrita da troppo tempo!. E ancora elogi e salamelecchi, ma io me la ricordo quella conferenza stampa di presentazione e notai nei suoi occhi un velo di tristezza, mai percepito prima. E mi chiesi: Ma questo è Zamparini o un suo clone? E la mia domanda trovò subito una risposta, quando lui, in chiusura dell’incontro, aggiunse: Da oggi dovrete rivolgervi solo a Lo Monaco, io faccio un passo indietro e non darò più interviste!. A quel punto mi brillò in testa la famosa lampadina: Ah, ho capito, questo è l’ultimo atto della commedia! Lui che si tira indietro e sparisce nell’ombra? Chi ci crede è perduto!: Questo pensai subito e, mentre lo pensavo, speravo fortemente di sbagliarmi e che i fatti potessero, invece, smentirmi clamorosamente. Purtroppo, però, se c’è un vantaggio ad avere i capelli bianchi e tanti anni sul groppone, se c’è un vantaggio ad aver seguito con passione per oltre cinquant’anni, le cose del calcio e, specialmente, del calcio rosanero (uomini e fatti), questo è capire in anticipo quel che si profila all’orizzonte: e io quella presentazione improvvisa (e improvvisata) di un personaggio ingombrante (eufemismo) come Pietro Lo Monaco come suo vice, in tutto e per tutto, perfino nella stanza dei bottoni, la captai subito come una mossa sbagliata. Con un  solo dubbio: sbagliata per disperazione (non sapere come raddrizzare la baracca, che sta crollando) o per mancanza di lucidità (affidarsi a un altro “protagonista” nato come Lo Monaco e consegnarli, chiavi in mano, società e squadra apparve subito, a dir poco, un azzardo) e pensai alla prima delle due opzioni: è disperato, mi dissi, è stanco da morire, non ne può più e d’altronde si può capire, non è più un ragazzino. D’altronde, lui che rinuncia alla ribalta non sta né in cielo né in terra, lui che ogni lunedì, dopo la partita, se non parla… muore.

Insomma, avevo visto giusto: in quel momento, per scegliere Lo Monaco e affidargli tutto l’”ambaradan” Zamparini doveva essere disperato, ci credeva davvero che per salvare il Palermo dalla serie B ci voleva un vero e proprio “colpo di mano”. E con chi, se non con uno come Lo Monaco, che qualcosa di simile – a e anche di meglio – aveva fatto a Catania, prelevato che da anni bivaccava in serie B, portato in serie A e mantenuto alla grande nella categoria. Ci credeva al punto da rinunciare all’… irrinunciabile, cioè governare comunque la società, dall’alto della cabina di comando e dal basso della panchina, là dove dovrebbe decidere solo l’allenatore. E tutto questo per amore del Palermo, per salvarlo dal precipizio della serie B. Lui, in fondo all’animo, sapeva che quella di Lo Monaco era una mossa più che azzardata, disperata, ma in quel momento credeva di non avere altra scelta. Solo che il diavolo fa le pentole, ma si dimentica dei coperchi e quando ha visto che dal terzultimo posto con Lo Monaco siamo precipitati all’ultimo, Zamparini è tornato quello di sempre, decisionista fino all’ultimo respiro: ha sciolto d’impeto, in un colpo solo, la società con Lo Monaco e ha esonerato Gasperini. Mettendo sul cantiere il terzo Palermo della stagione, dopo Sannino e Gasperini, ecco Malesani. L’ultimo dei Moicani, a guardarlo con quel suo ciuffo ribelle, che non ha mai conosciuto il piacere che può dare un pettine, con quella sua aria “naif”, maglione slargato ai fianchi, jeans sdruciti e, soprattutto, sguardo vissuto. Insomma, una altro “personaggio” alla corte del grande monarca: Zampa aveva cercato Reja, ricevendone un rifiuto sprezzante e non sapeva davvero che pesci pigliare: aveva cacciato Gasperini, si era staccato dai legacci di Lo Monaco, e ora che Reja dice di no, che fare? Così, ha richiamato Perinetti, che aveva licenziato perché, a suo dire, gli aveva consigliato l’allenatore sbagliato (Sannino). E Perinetti gli suggerisce Malesani. E siamo al giorno d’oggi: Malesani ha un compito terribile, salvare questo Palermo rappresenta un’impresa e lui ama le imprese: Se era facile, non cercava uno come me!, ha dichiarato in sede di presentazione e già questo è un gran bel modo di presentarsi. Lui non teme le sfide perché le cerca. Lui è l’ultimo dei moicani (non c’è ombra di sarcasmo nella definizione), lui se ne infischia delle belle parole, della bella divisa societaria, giacca, camicia di popeline e cravatta, lui pensa solo a lavorare e tirare dalla sua parte tutta la squadra. Chi non è con me è contro di me, mi figuro che abbia detto questo ai suoi ragazzi, la prima volta che li ha incontrati. E’ fatto così: è un lottatore, sa che il calcio è uno sport di squadra, nel quale conta più la coesione tra i singoli che il singolo gesto tecnico. Insomma, là dove non arriva il talento può arrivare il cuore. E il cuore, infatti, è quello che salva il Palermo alla sua prima esibizione made-Malesani: passa inopinatamente in svantaggio a pochi minuti dal termine, sembra fatta per il Pescara e, invece, la squadra ha come un sussulto d’orgoglio, prende d’infilata la difesa avversaria, pareggia e meriterebbe pure di vincere. Solo cuore. Cosa mai vista nelle precedenti venti partite giocate con Gasperini in panchina.

A questo punto, io dico, anzi lo esclamo: solo uno così, un po’ fissato come Malesani, con le sue ubbie sul lavoro, il gruppo, la volontà e il cuore, può compiere l’impresa!

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