Periodico registrato presso il Tribunale di Palermo al n.6 del 04 aprile 2012

Anno V - Num. 29 / 2017

Anno I - Num. 04 - 05 dicembre 2012 Amarcord

Renzo Barbera: I miei ricordi personali

di Benvenuto Caminiti
         

Renzo BarberaBergamo, autunno-inverno del ’73: ero lì con la famiglia di mia moglie per Atalanta-Palermo… Era il Palermo di Renzo Barbera, allenato da Corrado Viciani. Era la stagione che sarebbe culminata con un amaro quinto posto in classifica (il primo … dei non eletti) e la beffa della coppa Italia “regalata” al Bologna da un rigore al 90’, visto solo dall’arbitro Gonella.

Io facevo un po’ gli onori di casa con i parenti di mia moglie; li ospitavo, insomma e mi accingevo a fare i biglietti per entrare allo stadio “Atleti azzurri d’Italia”, quando nella calca, tipica di ogni stadio e di ogni prepartita, riconobbi la figura elegante e signorile di Renzo Barbera, il presidente del Palermo. Lo salutai, anche se non ci eravamo mai incontrati prima e lui con uno splendido sorriso mi allungò la destra dicendomi: “Anche lei, qui, a Bergamo?”

“Sì, con moglie e con i suoi parenti!”.

“Quanti siete?… Ah, quattro! Bene, mi aspetti un attimo!”, rispose e in un attimo … non c’era più. Non lo vidi per una decina di minuti e francamente cominciavo a infastidirmi: “Ma dove se ne è andato? E ancora lo devo aspettare?”. Una ridda di domande senza risposta e, mentre facevo cenno ai miei di seguirmi verso i botteghini, lo vidi arrivare trafelato con il braccio teso e la mano aperta: “C’è una certa ressa, la partita è sentita…. Ma ce l’ho fatta, ecco gli accrediti!”. E mi porse dei tickets, aggiungendo: “La tribuna è di là!”. Poi, mi strinse la mano e in un baleno sparì. E io restai di sasso: avevo nel pugno 4 biglietti di tribuna centrale e mi bastò poco per capire che non erano accrediti. Insomma, che Barbera li aveva comprati per me e i miei.

Mi riempirono il cuore d’orgoglio la sua generosità e il suo stile, me ne feci a lungo un vanto con i parenti di mia moglie, che erano di altri lidi. E imparai a conoscere un gentiluomo d’altri tempi, con il quale avrei dato l’avvio ad un’amicizia spettacolare, durata tutta una vita (la sua) ed anche oltre.

Oggi, a dieci anni dalla scomparsa, mi si chiedono dei ricordi personali, che subito si accalcano nella memoria, che è come un puzzle: per incastrarli ad uno ad uno, devi prima metterli in ordine e non è semplice, quando sono tanti e tutti bellissimi.

Voglio cominciare da uno che coinvolge anche suo figlio Ferruccio, strappato alla vita che era ancora quasi un ragazzo: Renzo adorava i suoi figli, Giuseppe, “Il professore”, Ferruccio, “il manager” e Jalù, la piccolina di casa, bella quanto sfortunata, per la quale lui aveva occhi e pensieri speciali.

Io e Renzo avevamo raggiunto con gli anni, oltre all’affetto e al rispetto reciproci, una confidenza totale: ci dicevamo tutto, anche le confidenze che non  si fanno neanche ad un familiare. Così io per scherzo gli dicevo: “Renzo, vista la nostra naturale intesa, sembriamo quasi padre e figlio… E lo sai che, a pensarci bene, è pure possibile. Non  vedi i tratti somatici? Siamo entrambi lunghi e secchi, amiamo entrambi alla follia il Palermo, quindi…”. E qui facevo una pausa strategica per sparare ad effetto la battuta finale. Lui mi guardava con un sorriso sospeso sulle labbra ed esclamava: “Quindi?…”.
“Quindi, io sono tuo figlio!… Il primo, quello naturale, nato dalla relazione che a vent’anni hai avuto con quella ballerina turca, di cui ogni tanto mi parli!”. A questo punto, lui si scompisciava dal ridere e mi abbracciava come si fa, appunto, con un figlio: “Ah, Benvenuto, Benvenuto, che spasso parlare con te!”.

Ma dicevo di Ferruccio e non per tanto per dire, nel senso che, ogni volta che li incontravo insieme, lui e Ferruccio, io li salutavo così: “Ciao, fratello, ciao babbo!”: E Renzo ogni volta se la rideva, anche se la battuta era sempre la stessa. Finché una volta, prima di una partita, davanti allo stadio, al mio saluto, Ferruccio ebbe come un’impennata e, tra il serio e il faceto, disse, guardando suo padre: “ Fratello… Babbo… Ma papà, che intende dire?”. E il buon Renzo, tirandolo a sé in un abbraccio, forse preventivo, forse solo d’affetto paterno, ridendo a crepapelle, spiegò: “Ah, sì, lui dice di essere mio figlio, nato da una mia relazione con una ballerina turca!”. E qui un’altra sonora risata e un abbraccio di sfuggita regalato anche a me. Da entrambi.

Andavo a trovarlo spesso a casa, in quella sua villa antica, immersa nel verde: lui mi riceveva sempre con grande calore, mi offriva un bicchiere di passito di Pantelleria, che era la sua meta d’estate. Una mattina lo trovai davanti al cancello di ingresso: lo fissava come lo vedesse per la prima volta: “Che c’è Renzo?”, gli chiesi: “Guarda un po’, non c’è nemmeno lo spazio per il campanello!”. Guardai con attenzione, come non mi era mai capitato prima e vidi che tutta la cancellata era piena zeppa di santini appiccicati in ogni minuscolo spazio libero: “Ogni mattina, tra gli altri, viene un tifoso che per accettare il mio regalino io dovevo prima accettare l’ennesimo santino! E così guarda tu com’è ridotto il cancello!” .

Perché Barbera non si negava a nessuno, se erano tifosi, poi, ancora meno e quelli lo sapevano ed ogni mattina c’era la processione e lui li faceva mettere in fila e ad ognuno dava qualcosa.

Perché Barbera era un po’ il papà di tutti: dei suoi amatissimi figli, dei suoi giocatori, dei suoi tifosi: questa era la sua maniera di voler bene al prossimo. E, pur tacciato di paternalismo da certi scienziati della critica sportiva, quando c’era da stringere il freno lo faceva: Come quella volta – così lui mi raccontò – che Arcoleo andò a lamentarsi, a nome suo e dei compagni, dei metodi freddi e autoritari di Viciani e lui, per il bene della squadra, convocò a casa sua l’allenatore e gli parlò franco e schietto: “ Mister, ai ragazzi ogni tanto dia pure una carezza… Mi creda, otterrà più di mille rimproveri!”.

L’ho detto: avevamo un  rapporto di amicizia vera, il che non escludeva che ciascuno di noi rispettasse il suo ruolo: io quello di cronista, lui quello di massimo dirigente del Palermo. Così, ogni tanto capitava qualche frizione. Come quella volta che, dandomi un  passaggio nella sua superaccessoriata macchina blu, io ebbi a “sparlare” del suo vice, Totò Matta, e lui, dopo avermi cortesemente invitato a tacere, visto che io continuavo, accostò l’auto e mi pregò di scendere, aggiungendo queste parole: “L’avvocato Matta è il mio vice, se lui non ti va bene, non  ti vado bene neanche io! “.

Che lezione, ragazzi!  Anche perché proveniva dal presidente della mia squadra del cuore, il più amato nella storia del Palermo, quello stesso che mi pregava di fargli da portavoce tutte le volte che aveva un diverbio (e accadeva spesso) con Vicè u pazzu, che della tifoseria di quei tempi era in assoluto il Number One.   

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