Periodico registrato presso il Tribunale di Palermo al n.6 del 04 aprile 2012

Anno VIII - Num. 42 - 7 giugno 2020

Anno III - Num. 16 - 29 marzo 2015 Politica e società

Presentazione libro “Sulle ginocchia” di Franco La Torre

TRINACRIANEWS.EU HA EFFETTUATO INTERVISTE A PM NINO DI MATTEO E AUTORE LIBRO FRANCO LA TORRE

di Maria Pia Iovino
         

copertina libro la torrePalermo – Il 30 aprile nel 33° anniversario dell’assassinio mafioso di Rosario Di Salvo e di Pio La Torre, l’associazione Libera, il Centro Studi Pio La Torre e Melampo editore hanno presentato “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia”.

L’autore è un testimone d’eccezione, suo figlio Franco, ora dirigente dell’associazione Libera, che nelle prime pagine del testo ha scritto «anche se si è conclusa tragicamente, la sua è davvero una bella storia». Chi era Pio La Torre? Figlio di braccianti, sindacalista, pacifista, parlamentare comunista. Grande conoscitore dei patti oscuri tra potere mafioso e pezzi dello Stato, non aveva paura di fare i nomi e i cognomi dei politici conniventi, e ha pagato con la vita la sua proposta rivoluzionaria: ovvero la legge sul reato di associazione mafiosa (il noto art. 416 bis) e sulla confisca dei beni alla criminalità organizzata. La presentazione del libro si è tenuta proprio a Palermo in una data e in un luogo simbolici: il 30 aprile e presso un bene confiscato alla mafia, che ora ospita la Bottega “I sapori e i saperi della legalità” di Libera, in piazza Castelnuovo 13.

Presenti insieme all’autore: Nino Di Matteo, magistrato in prima linea nella lotta alla mafia e nel pool del processo Trattativa, Vito Lo Monaco, presidente del Centro Studi Pio La Torre, Giovanni Pagano, coordinatore provinciale di Libera a Palermo, Nicola Mazzamuto, magistrato, Nicola Cipolla, presidente CEPES e Umberto Di Maggio, coordinatore di Libera in Sicilia  che ha moderato.

Umberto Di Maggio ha voluto dare risalto alla location (Piazza Politeama) in cui è svolta la prima presentazione del libro di Franco La Torre. Piazza Politeama, sede di manifestazioni, di rivendicazioni, di lacrime, ma anche luogo simbolo in quanto, la Bottega è “spazio liberato dalla mafia, in quanto bene confiscato”.

A fare da eco alle parole di Di Maggio, Giovanni Pagano, che con il proprio contributo e quello degli associati ha dichiarato la volontà di fare rivivere l’intuizione di Pio La Torre; “l’idea che fosse possibile riprendere delle mura di proprietà di un negoziante che vendeva abbigliamento e farle rivivere per occasioni quali quella in fieri e/o invitando le scolaresche a momenti di riflessione e di crescita culturale antimafia”. Occasioni in cui – ha aggiunto Pagano – “vengono rese testimonianze dai familiari, da operatori di Polizia della squadra Catturandi, da magistrati, che manifestano fattivamente, il senso della legge Rognoni – La Torre e la legge n. 109/96, sul riutilizzo sociale dei beni confiscati”. Il locale, rivisitato rispetto alla precedente struttura,  è stato re-inaugurato,  per rendere ancora più tangibile il leitmotiv ispiratore di Libera, praticando anche la vendita di prodotti provenienti dai terreni confiscati, con partita Iva e con contratti di lavoro regolari, nonostante la realtà di Palermo. Si cerca così – ha concluso Pagano – di praticare un cambiamento possibile tutto l’anno,  oltre la data delle commemorazioni.

Vito Lo Monaco, rispetto al progetto educativo antimafia di cui si è reso promotore, ha dato la sua proiezione sulla grande sfiducia espressa dai giovani di tutta Italia (il 92%), nei confronti della classe dirigente. In particolare, dai risultati del lavoro svolto in tutta Italia e condotto dal Centro Pio La Torre con la collaborazione di figure altamente professionali di statistici, di valutatori, di sociologi, di insegnanti, sulla percezione mafiosa da parte dei giovani, Lo Monaco ha fotografato un giudizio negativo “crescente” verso la mafia, coincidente con una fase di espansione del forte radicamento delle mafie al nord Italia. Quindi, anche i giovani del Nord che, anni fa sembravano più deboli nella percezione del fenomeno, a seguito degli scandali (EXPO; MOSE, etc.) hanno acquisito maggiore consapevolezza. La sfiducia verso la classe dirigenteha evidenziato Lo Monaconon corrisponde a rifiuto della politica o a qualunquismo: non c’è qualunquismo che giustifica l’anti-politica. C’è una carica etica di questi ragazzi che va ribadita e che lascia un messaggio di speranza. L’aspetto più preoccupante è che questi ragazzi ritengono che la mafia sia più forte dello Stato o quanto meno appare più forte perché, la ripetitività del fenomeno, nonostante tutti i successi giudiziari, i processi sugli scandali, viene invalidata dal fatto che la lotta al fenomeno mafioso non è tra i primi punti dell’Agenda politica del Governo e delle forze politiche. Posto che la mafia, ha continuato Il Presidente del Centro Pio La Torre è un fenomeno specifico di un’organizzazione criminale che ha un rapporto particolarmente strutturato, dall’Unità d’Italia ad oggi, con le Istituzioni, con la politica ed una parte della classe dirigente citando testualmente le parole di Pio La Torre, tratte dalla relazione di minoranza del 1976, Lo Monaco ha chiosato: “La questione mafia è una questione di potere all’interno della classe dirigente”. La storia lo ha dimostrato, i processi meno perché sono stati fermati alla banda Giuliano e agli esecutori materiali. A proposito del politico Pio La Torre,  Lo Monaco ha fatto emergere numerosi particolari che hanno contraddistinto la sua figura, il suo impegno, la promozione della militanza dei giovani, la sua vocazione alla lotta senza quartiere, contro ogni forma di subalternità socio-economica delle classi più deboli e il contrasto avverso la violazione diffusa dei loro diritti da parte dell’organizzazione mafiosa e non solo. “L’antimafia negli anni ’60 e ’70 era un fatto minoritario, perché la maggioranza era convinta del contrario perché mentre si faceva battaglia sindacale per i diritti, la maggioranza sosteneva che la mafia dava il lavoro”. Un altro aspetto di Pio La Torre è quello di essere stato capace di mettere insieme tante forze, tante culture, le diversità.

Nino-Di-MatteoNino di Matteo, sollecitato da Umberto di Maggio, ha rievocato i ricordi di quel 30 aprile 1982,  in cui fu ucciso Pio La Torre. In particolare, Di Matteo ha riferito di avere conservato perfettamente quel giorno memorabile; e che, da giovane studente universitario di Giurisprudenza, non aveva la consapevolezza dell’importanza e della valenza etica, morale e politica di Pio La Torre. “Ma attorno a quei fatti, su quei fatti, su quella sensazione che provavamo tanti giovani palermitani, da un lato di impotenza, dall’altro di rabbia e di indignazione è nata la mia passione, all’epoca, per un sogno che avrei  voluto coltivare e che ho avuto la fortuna di potere realizzare, quello di diventare magistrato in Sicilia per occuparmi di indagini e processi di mafia e, per cercare di dare un modesto contributo per capire anche quei fatti, quell’omicidio che così tanto mi aveva colpito”.Io sono stato felice quando Franco La Torre mi ha chiamato e mi ha proposto di partecipare a quest’incontro. Sono stato felice perché per me, che mi sono occupato nel tempo, a Caltanissetta e a Palermo di tanti processi di mafia, anche di processi per stragi e per omicidi eccellenti, però, l’esperienza di avere seguito uno dei processi a carico di esecutori materiali dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, è stata ed è un’esperienza indimenticabile; perché quel processo, l’approfondimento che ho comunque tentato di fare del contesto e del movente del delitto eccellente comportarono ovviamente, un’analisi attenta di tutta l’attività politica e sociale di Pio La Torre. Un arricchimento, prima ancora che professionale, umano, culturale, ideale, nella misura in cui, quella conoscenza, ancora oggi continua a ricordarmi, la purezza, la bellezza, la forza devastante della politica volta al bene comune che Pio La Torre incarnòha rilevato Di Matteol’impegno politico di Pio La Torre e di gran parte del Partito Comunista Italiano di quell’epoca. A proposito del libro, Di Matteo ha rilevato la malcelata amarezza dell’autore sul declino progressivo, ma inarrestabile al momento, di quella fondamentale concezione alta della funzione politica che si realizzava nel convincimento che, proprio la politica, proprio i partiti dovessero rappresentare la prima linea nel contrasto alla mafia; ancor prima ed a prescindere dalle eventuali, all’epoca, rare incisive inchieste della magistratura e delle Forze di Polizia.. E’ un libro che “tocca le corde del sentimento” anche nel momento in cui si coglie e viene descritto da Franco La Torre, il disorientamento morale, prima ancora che razionale, di un figlio che vede, dopo la morte del padre, tante persone proclamarsi, amiche e vicine al padre; e tra questi anche chi, perfino all’interno del partito aveva magari inconsapevolmente ma, oggettivamente contribuito ad isolare Pio La Torre, perché non ne condivideva la intransigenza contro la mafia e ogni forma di convivenza o connivenza con la mafia. Ma, il libro è ricco di spunti di riflessione sulla concretezza e la forza dell’impegno antimafia di Pio La Torre, la forza della denuncia pubblica che sempre ha caratterizzato il suo operato: dal suo impegno al Consiglio Comunale di Palermo, dall’impegno fondamentale nella sua qualità di componente della Commissione Antimafia, dall’impegno di relatore o co-relatore nella relazione di minoranza del 1976 della Commissione Parlamentate antimafia, dall’impegno di segretario regionale del Partito Comunista Italiano. Questo libro ci ricorda il valore, ancora oggi fondamentale delle  proposte di leggeha aggiunto Di Matteol’approvazione del 416 bis, l’approvazione della legge sul sequestro dei beni, sappiamo gli operatori di giustizia a vari livelli, gli operatori di polizia che sono i cardini ancora oggi, su cui si regge la repressione giudiziaria dell’attività dei mafiosi. Non a caso, queste leggi, proposte da Pio La Torre hanno costituito sempre, una volta approvate, l’ossessione fondamentale delle teste pensanti di Cosa nostra, dei capi di Cosa nostra, che hanno sempre mirato, in un modo o nell’altro, cambiando volta per volta, strategia o tattica, a cambiarle quelle leggi, a farle abrogare, a depotenziarle. Non a caso quelle leggi, quegli argomenti, l’art. 416 bis, il sequestro dei beni costituivano il punto fondamentale del papello, delle richieste che Totò Riina e gli altri macellai di Cosa nostra facevano, all’indomani delle stragi, allo Stato come condizione per fare venire meno la strategia di violento attacco allo Stato attraverso la ripetizione di delitti eccellenti.

pio la torre URL IMMAGINE SOCIALDi Matteo ha evidenziato come, in più passaggi l’autore ricorda che Pio La Torre aveva una grande conoscenza del fenomeno mafioso e del suo sistema di potere che definiva un “sistema di classi dirigenti”. Per me – ha rilevato Di Matteo – questo è l’insegnamento fondamentale che uno studioso serio, un conoscitore profondo della mafia di allora, ha lasciato a chi oggi, ha il dovere  o, avrebbe il dovere di combattere la mafia:La mafia non è soltanto un fenomeno di bassa macelleria criminale ma, è essenzialmente, e la storia ce lo dimostra, un fenomeno di classi dirigenti dell’intero Paese, non soltanto della nostra Sicilia”. Riconducendosi ad un’altra riflessione di Franco La Torre sul PCI, ha parlato del partito nel quale Pio La Torre era cresciuto, si era formato e, grazie al quale aveva esercitato la sua azione politica, nella percezione dell’opinione pubblica, intesa in senso ampio, anche di quella parte che in esso non si identificava o non lo votava, era un partito antimafia. Poi, nelle sue evoluzioni, è andato via via indebolendo quel fattore genetico che lo distingueva dagli altri partiti. Il risultato è stato un lento ma, progressivo appiattimento su posizioni che lo rendevano simile agli altri, che non potevano dal canto loro, non dirsi antimafia, almeno a parole. Io credo che questa sia una riflessione che condivido pienamente nell’analisi, che dovrebbe fare riflettere in considerazione del dato che, le formazioni politiche eredi di quel partito, oggi non hanno quella connotazione antimafia che aveva caratterizzato, da sempre, la storia del Partito Comunista Italiano.

Dove il sistema di politico-mafioso è radicato non si vota liberamente. Il PM richiamandosi ai valori della Costituzione, ha evidenziato le storture che minano i fondamenti di un Paese che si ispira ai valori della democrazia: Art. 48 Cost.: Il voto è personale, eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. Tuttavia, perché, cosa, chi, troppe volte lo decide il boss. C’è una correlazione assolutamente stretta, assolutamente rigorosa, assolutamente testualeha rilevato Di Matteotra la lotta alla mafia e l’applicazione dei principi della nostra Costituzione. Questo è quello che nessuna forza politica, a mio modesto parere, dovrebbe mai dimenticare. La Costituzione si ama, si rispetta e si applica passando doverosamente e necessariamente da un contrasto senza quartiere alla mafia e alla mentalità mafiosa. Per me, il nocciolo fondamentale dell’insegnamento di Pio La Torre, di quella splendida relazione di minoranza del 1976 è questo: la politica può essere in prima linea nella denuncia delle collusioni mafiose, a prescindere dalla magistratura. La politica ha la possibilità di capire la mafiosità di un interesse, la mafiosità di un affare, prima ancora che se accorgano i Carabinieri, la Polizia e la Magistratura.Oggi è venuta meno completamente questa prima linea della politica nei confronti della mafia. Nella migliore delle ipotesi, la politica aspetta l’esito delle inchieste giudiziarie, come se la responsabilità politica dovesse coincidere con la responsabilità penale. Il PM Di Matteo ha voluto concludere, da cittadino e non da magistrato, con una nota di condivisione del sogno del politico Pio La Torre e riesumando le sue parole, ricordate dall’autore: “Fare politica – scriveva tuo padre – è uno dei mestieri più belli del mondo, forse il più bello, perché si occupa della soluzione dei problemi della persona. Da cittadino, coltivo il sogno che fare politica possa veramente tornare ad essere quello che tuo padre intendeva e dimostrava di intendere con la sua condotta di ogni giorno, fino al momento in cui quella condotta lo portò ad essere ucciso”.

franco-la-torreFranco La Torre, visibilmente emozionato e commosso, del sentimento espresso dai relatori ha raccontato la nascita in germe del volume presentato. Galeotto Nando Dalla Chiesa. Tutto nasce nell’autunno dell’anno scorso, ci trovavamo a Montecompatri, (Roma) dove è stato confiscato un bell’albergo ad un’andrina della ‘ndrangheta calabrese “Villavecchia”. Nando si rivolge con quel tono pacato ma, deciso “ma è mai possibile che tu non hai mai scritto niente su tuo padre? Risposta. Nando non è vero. Io ho provato tante volte ma, non ci sono mai riuscito. Perché, profili biografici, analisi storiche, profili politici su Pio La Torre ne sono stati scritti. Cosa potevo aggiungere io? Questa volta ci sono riuscito. Sono riuscito a portarlo a termine. L’autore, dopo questa testimonianza vissuta di concerto con Nando Dalla Chiesa, e lo stimolo trasmessogli, ha deciso di portare a termine il suo obiettivo di scrivere il libro, dopo un altro toccante evento luttuoso nella sua famiglia: “la morte di Giuseppina Zacco La Torre, la moglie di mio padre, mia madre legittima, nel 2009 e l’esperienza che abbiamo vissuto in occasione del 30° anniversario. In quell’occasione, il Presidente della Repubblica ha conferito la medaglia d’oro a Rosario e a Pio. E’ stato inaugurato il portale Pio La Torre. Dal punto di vista istituzionale, qualche piccola soddisfazione ce la siamo tolta. Dal punto di vista politico, zero! Io credo che, questo abbia contribuito.L’autore disquisendo del titolo del libro e del perché non fosse “sulle tue ginocchia”, evidentemente perché l’autore non le riteneva esclusivamente sue le ginocchia di suo padre, ma come un esercizio utile, quello di stare sulle ginocchia di qualcuno che ti educa, ti alleva e ti cresce è un qualcosa che appartiene a tutti quanti o, almeno a tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di crescere in una famiglia come io la dico, in maniera retrò, una famiglia sana. Qualsiasi orizzonte, collocazione politica, credo religioso, razza, gusti sessuali etc. Franco La Torre non ha nascosto l’orgoglio nell’operato agito dal padre, Pio La Torre, sia come uomo che come politico. “La sua visione era la battaglia democratica per l’affermazione dei diritti, per il progresso e per l’affrancamento dalla condizione di subalternità delle classi povere del nostro Paese”. Questo non vuol dire che io non voglia riconoscere l’impegno antimafia. Però, l’impegno antimafia era il risultato di quella concezione perché, in effetti chi si impegnava sul fronte della riforma agraria, alla fine degli anni ’40 o per ‘affermazione del primo statuto autonomistico e via via, contro l’installazione dei missili nella base di Comiso, per fare della Sicilia un avamposto di pace nel Mediterraneo, si trovava, ogni qualvolta di fronte a quell’avversario. Quel fenomeno di classi dirigenti del sistema politico-mafioso. L’evento si è concluso con la consegna di due doni da parte di Umberto Di Maggio, rispettivamente un libro dal titolo “La memoria”al Dott. Nino Di Matteo,  un testo che raccoglie le storie, i nomi delle vittime innocenti delle mafie, un testo che raccoglie quei nomi che hanno fatto la storia dell’Italia, quelle lapidi, una mattanza che chiede giustizia e verità. E che si ricordano durante la giornata nazionale della memoria dell’impegno, il 21 marzo di ogni anno. La bandiera della pace a Franco La Torre.

TRINACRIANEWS.EU HA EFFETTUATO INTERVISTE A PM NINO DI MATTEO E AUTORE LIBRO FRANCO LA TORRE. DI SEGUITO LE INTERVISTE:

NINO DI MATTEO

D. Rispetto all’audacia che ha avuto Pio La Torre della denuncia pubblica, in quel periodo storico degli anni ’80, oggi ci sarebbe un altro Pio La Torre che proporrebbe in maniera rivoluzionaria un 416 bis, dato il contesto storico-politico attuale?

R. Abbiamo ricordato Pio La Torre, l’esempio di una politica che era in prima linea nella lotta alla mafia, con la denuncia concreta fatta di nomi, cognomi, prove, circostanze, con la capacità di proporre un impegno antimafia, a prescindere e ancor prima delle inchieste della Polizia e della Magistratura. E’ un esempio di politica antimafia di cui oggi si sente bisogno.

D. A proposito di politica antimafia di cui oggi anche persone colluse, verosimilmente hanno fatto la loro politica, oggi, a partire dalle commemorazioni, quanta vera antimafia ci sarà e come la si dovrebbe fare?

R. Nella stessa maniera concreta, decisa, coraggiosa con cui l’ha fatta Pio La Torre.

FRANCO LA TORRE

D. Al lettore che legge il titolo del suo libro: “Sulle ginocchia” cosa vuole raccontare, cosa vuole rappresentare?

R. Il luogo simbolo, nella mia esperienza personale, del rapporto familiare tra me e mio padre, tra me, bambino, perché quello (le ginocchia) era il luogo in cui io e mio padre ci ritrovavamo, le sue ginocchia.

D. Era un vissuto che raccontava cosa?

R. Tutto quello che è contenuto nel libro (senza volere anticipare più di tanto), quella parte di giuoco, di scambio, di crescita esperienziale e  culturale nel rapporto tra padre e figlio. Era il nostro luogo, le sue ginocchia.

D. A 33 anni dall’eccidio di suo padre, Pio La Torre, cosa vede che si va aggiungendo, di anno in anno, nelle varie commemorazioni? Cosa invece manca o chi?

R. Si va aggiungendo la consapevolezza. C’è sempre più protagonismo da parte di giovani che hanno fatto, per esempio, l’esperienza dei percorsi di educazione alla legalità nelle scuole. Ciò che manca è quella coerenza tra ciò che si afferma in quella giornata, gli impegni che vengono assunti, secondo la mia modesta opinione e poi, il loro rispetto nei 364 giorni successivi, prima del 30 aprile successivo.

D. La commemorazione di Pio La Torre è come se aprisse la stagione delle commemorazioni dei martiri della mafia. Lei cosa vive in questi eventi, cosa vede di autentico e di falso?

R. Disgraziatamente, non c’è giorno dell’anno in cui non si ricordi una vittima innocente. E se ci vogliamo attenere al calendario, dal mio punto di vista, il calendario si apre il 6 gennaio, il giorno in cui Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione siciliana è stato ucciso, sotto casa sua. Secondo me, quello che manca è l’assunzione di responsabilità. Questa è una battaglia che non riguarda soltanto la Magistratura e le Forze dell’Ordine, e quindi, il contrasto e la repressione di un fenomeno criminale. Ma è una battaglia politica, culturale e sociale contro interessi reazionari, antidemocratici e anticostituzionali. E’ quello che succede in tutto il mondo. Non ci dobbiamo stupire. Nel nostro mondo, l’Italia, ha assunto quel marchio “mafia”. Ma, in tutto il mondo c’è sempre una “dialettica” tra forze di progresso e forze di reazione. Io mi ricordo quando studiavo storia, i libri mi raccontavano cosa avvenne alla fine dell’epopea napoleonica, il famoso ingresso di Vienna del 1815 – “La santa Alleanza” – i vecchi imperi che cercavano di opporsi al moto di rinnovamento rivoluzionario della Rivoluzione francese che, in parte Napoleone aveva incarnato. C’è sempre stato. C’è chi vuole spingere in avanti  per il progresso, la liberazione, l’affermazione dei diritti e chi, avendo delle posizioni di privilegio, non è disposto a scendere dalla sua poltrona. Il guaio è che, mentre la parte del mondo che si dice democratica e civile, questo genere di “dialettica” si risolve in Parlamento, in Italia, quel grumo di interessi, quel pezzo di classi dirigenti, di cui la mafia è un fenomeno e i cui interessi non sono soltanto criminali, ma sono politici, economici e sociali, rifiuta il patto Costituzionale. E, invece di discutere con l’avversione in Parlamento, lo elimina fisicamente. Questo è il dato caratteristico del blocco reazionario nel nostro Paese: che ha rifiutato la Costituzione, rifiuta il Parlamento, rifiuta il confronto. Se c’è qualcuno che si oppone, viene eliminato fisicamente.

D. Che messaggio da con il suo libro?

R. Io ho cercato di concludere un mio percorso personale. Quindi, innanzitutto parlo a me stesso. Questo è un libro in cui io ho fatto i conti con me stesso, rispetto al rapporto con mio padre. L’ambizione c’è sempre in chi scrive, perché sa che, non scrivendo in un diario confidenziale e non scrivendo una lettera a se stesso, ma scrivendo qualcosa che altri potrebbero leggere, e che viene fatto circolare, è che dobbiamo voltare pagina; perché a 33 anni dall’omicidio di mio padre, questa generazione ha perso. C’è bisogno di una generazione che volti pagina e ricominci da dove c’eravamo fermati.

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