Periodico registrato presso il Tribunale di Palermo al n.6 del 04 aprile 2012

Anno V - Num. 30 / 2017

Anno I - Num. 03 - 28 settembre 2012 Amarcord

Melu l’urbu, Carmelo il cieco, addetto stampa ante litteram di Mussomeli del dopoguerra

di Pietro Ciccarelli
         

Melu, l'urbuSono nato e ho vissuto l’infanzia e la giovinezza negli anni cinquanta e sessanta, a Mussomeli. Quando nella stazione ferroviaria di Casteltermini-Acquaviva non esisteva ancora l’elettricità. Ho visto il passaggio dalla pisata alla mietitrebbia. Ho visto i contadini emigrare in cerca di fortuna, Francia, Belgio, Londra le mete preferite e, così, le campagne spopolarsi sempre più. Poi la mietitrebbia ha dato la mazzata definitiva ad un “mondo” che ormai interessa solo agli antropologi culturali. Ho avuto, la fortuna e il privilegio di viverlo quel mondo, fatto di fatica, sudore e amore per la terra, fonte di sostentamento, ma anche traditrice.

Abito a Palermo da più di cinquant’anni, ma non manco mai, l’8 settembre, alla processione della Madonna dei Miracoli.

Voglio partire con questa serie di ricordi, non pieni di nostalgia, per carità, ma di amore e rispetto per il mio paese e le tante persone, molte scomparse, ahimè, che mi hanno dato tanto: un mondo di piccole cose, semplici, genuine e piene di quella umanità che oggi è andata quasi perduta.

E desidero raccontarvi di MELU, L’URBU.

Oggi tutti possediamo cellulari, computer, fotocamere e videocamere digitali, andiamo su Google, Facebook e guardiamo la televisione analogica (scomparsa), satellitare e digitale. Quando da ragazzo, abitavo in paese, pensate che le comunicazioni erano affidate a Melu l’urbu, addetto stampa ante litteram del paese.

Il cognome di questo personaggio, amatissimo dai noi bambini, non l’ho mai saputo. Per tutti era soltanto Melu l’urbu. In realtà, non era completamente cieco, come la ‘ngiuria o soprannome (username, si direbbe oggi) faceva supporre, ma ci vedeva quel tanto da permettergli di suonare ‘u tammuru, il tamburo, e di camminare senza inciampare.

Penso, che sapesse a malapena leggere e scrivere, ma era lui l’addetto stampa e comunicatore ufficiale del Comune. A Melu erano affidati gli spot pubblicitari, che noi chiamavamo: banni. Suonava u tammuru con una maestria senza pari. Per le varie feste padronali, era lui a comandare il ritmo dei tanti aspiranti tammurinari, ma lui era ed è rimasto, nei miei ricordi, sempre il migliore. Banniava, comunicava ad alta voce, le cose più disparate: gli avvisi per le vaccinazioni obbligatorie, l’obbligo per i giovani di presentarsi in caserma per la leva militare, le scadenze delle tasse da pagare all’esattoria comunale, le “offerte speciali” dei negozi. Dalla occasione della liscivia (sapone molle), al cucummaru (anguria), alla carne di Cicinu (Vincenzo) e tanto, tanto ancora. Ecco come si esprimeva nei suoi banni: scalò, u pisci, il prezzo del pesce si è abbassato, i cavulicciddi a 30 liri u mazzu, i cavolicelli li trovate a 30 lire al mazzo.

Il rumore del suo tammuru e il suo vocione annunziava anche l’inizio delle feste: a Madonna du Carminu il 16 luglio, a Fera du Castieddu o a Madonna da Catina, il primo di settembre, con la compravendita di vistii (gli animali da soma).

Per noi bambini, muccarusi (con il naso sempre pieno di muco), nomignolo preferito dalle persone adulte, spesso e volentieri affettuoso, e non necessariamente noi bambini eravamo davvero con il nasino che colava, erano momenti di gioia e divertimento. Non aveva importanza cosa banniava, ci piaceva il rumore del suo tammuru suonato con maestrìa e quella sua voce calda e potente e in un dialetto arcaico che io bambino spesso non comprendevo.

Attìa carusu, chi dissi Melu, l’urbu?, Bambino che ha detto Melu, l’urbu? Mi domandavano le comari. E io rispondevo: Chi ni sacciu ia; pari che i carusi na ma fari a pustedda, che ne so, non è che noi bambini ci dobbiamo fare il vaccino contro il vaiolo

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