Periodico registrato presso il Tribunale di Palermo al n.6 del 04 aprile 2012

Anno V - Num. 30 / 2017

Anno I - Num. 05 - 16 febbraio 2013 Cultura e spettacolo

Le Cene di San Giuseppe 2013 a Salemi: storia, arte e cultura, la tradizione che si rinnova

di Gaetano Scommegna
         

I "cudduredde" - pani di San GiuseppeSalemi (Tp) – Anche quest’anno, come tutti gli anni la tradizione si rinnova. Sono le Cene di San Giuseppe che la cittadina di Salemi ripropone con i suoi ormai famosissimi “panuzzi”. Iscritta nel registro dei beni immateriali, la festa, ha origini che si perdono nella notte dei tempi: antichi riti e celebrazioni particolari di ascendenza pagana che sono stati adottati dal culto cristiano e diventano dimostrazione di una religiosità autentica, spontanea, singolare e piena di valore antropologico e solidale che è nella natura sociale di ogni uomo.

Quest’anno i visitatori potranno ammirare 6 Cene di San Giuseppe distribuite nel centro storico salemitano dal 16 al 24 marzo. La settimana di riti sarà piena di iniziative e manifestazioni volte a scoprire il culto del pane e alle tradizioni primaverili legate al culto di San Giuseppe. Degna di nota la Processione di San Giuseppe che si svolgerà nei giorni 16 e 19 marzo per le strade del centro storico. Per un elenco completo delle celebrazioni è possibile scaricare il pieghevole.

Il manifesto 2013

La “Cena” vuole ricordare l’ultima cena di Gesù con gli apostoli e nasce originariamente come voto di ringraziamento o come propiziazione di una grazia richiesta al santo da parte di una persona devota. Questi si impegna con San Giuseppe promettendo un convito di beneficenza (cci prumettu di inchiri i panzuddi a tri picciriddi) per tre bambini poveri che rappresentano la Sacra Famiglia. Si adempie un voto fatto per fede e si segue la tradizione ripetendo un cerimoniale fatto di gesti rituali, preghiere, canti. La cena di San Giuseppe, folklore e rito insieme, presenta una simbologia assai complessa e riesce a creare una unità familiare e sociale tra gli abitanti: i familiari del devoto, i vicini di casa e i concittadini tutti concedono la propria disponibilità con l’obiettivo di realizzare l’Altare, simbolo sacro dal quale riceveranno “grazia divina” compenso per i propri sforzi. Se da una parte sono le donne del quartiere, amiche e conoscenti del devoto a preparare il pane magistralmente decorato, dall’altra sono gli uomini che preparano in una stanza della casa una struttura in legno o in ferro a forma di tempio interamente ricoperto da ramoscelli di alloro e di “murtidda” (bosso). Ultimata la struttura, vi si appendono a decorazione arance e limoni appena colti e i piccoli pani secondo un ordine ben definito. Al centro si prepara un piccolo altare con cinque ripiani degradanti, tutti ricoperti di candidi lini ricamati, che ospitano il “pane dei santi”, di più alto valore sacrale, sovrastati da un quadro raffigurante la Sacra Famiglia. Ai lati si dispongono oggetti simbolici di facile lettura: caraffe di vino, vasi di fiori, garofani e “balacu” (violaciocche), frutta, fette di anguria di gesso, lumini, candelabri, vasi con pesciolini rossi, arance e limoni alternati al pane. Ai piedi dell’altare si stende un tappeto dove vengono posati un agnello di pane, di gesso o di cartapesta, in riferimento al sacrificio di Cristo, un’anfora con acqua e un bianco asciugamano, disposto a forma di “M” per ricordare la purificazione, e dei piatti con germogli di frumento inneggianti alla terra. Il centro del tempio custodisce il piccolo tavolo imbandito con pane, arance, vino e fiori che, il 19 marzo a mezzogiorno, da vita al pranzo dei “santi”.

L'ex chiesa madre "Santa Maria degli Angeli"

Salemi, però, non è soltanto Cene di San Giuseppe. Il 19 marzo è un’occasione per scoprire il piccolo centro che, stando alla testimonianza di Diodoro Siculo, Timeo di Tauromenio, Cluverio e di altri storici antichi, sorge sul territorio dell’antica Halicyae: località di influenza elima fondata nel 751 a.C. e che, stando a Cicerone, fu una delle cinque Città “liberae et immunes” della Sicilia. È la città del castello, vecchio di mille anni e perfettamente mantenuto nella sua architettura federiciana, immerso in una piazza di rara bellezza sovrastata dall’ex chiesa di Santa Maria degli Angeli distrutta dal terremoto del ’68 e dall’impudenza dell’uomo. È la città del museo della mafia, fortemente voluto dall’ex sindaco Vittorio Sgarbi, e dell’abbandono post-terremoto del progetto “case a un euro” ideato dall’ex assessore alla creatività Oliviero Toscani.

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