Periodico registrato presso il Tribunale di Palermo al n.6 del 04 aprile 2012

Anno VI - Num. 35 / 2018

Anno IV - Num. 24 - 22 settembre 2016 Politica e società

Centro Pio La Torre celebra i suoi trent’anni: 1986-2016. Una lunga storia di lotta alla mafia

di Enza Samantha Turco
         

marcia-antimafia URL IMMAGINE SOCIALPalermo – Si è svolto lunedì 10 ottobre, nella Sala Magna di Palazzo Steri un seminario per celebrare l’impegno e la dedizione nella lotta alla mafia del Centro Studi “Pio La Torre”.

Il convegno, dal titolo: “1986-2016: Trent’anni di attività in nome di Pio La Torre. Evoluzione delle mafie: adeguamento della legislazione e delle politiche antimafia”, è stata l’occasione per fare il punto della situazione in tema di contrasto al fenomeno mafioso.

Uno dei focus del dibattito, l’urgenza di una riforma che riguardi l’Agenzia dei beni confiscati, tenuto conto degli ultimi dati riferiti dal Ministero della Giustizia, in base ai quali degli oltre 75 mila beni sequestrati e confiscati ai mafiosi, un terzo è in Sicilia, e solo il 4% viene definitivamente assegnato.

Un mutamento normativo nella  governance dell’Agenzia che si occupa dei beni confiscati si rende ora necessario, al fine di perfezionare il trasferimento dall’amministrazione giudiziaria alla gestione produttiva o, altrimenti, alla vendita dei relativi beni, come affermato da Vito Lo monaco, Presidente Centro Studi Pio La Torre.

“La lotta alla mafia deve essere una priorità nell’agenda politica del Paese – ha sottolineato, Vito Lo Monaco -. Per questo occorre approvare prima di Natale il ddl di riforma del Codice Antimafia fermo al Senato e rafforzare le norme contro il riciclaggio, lo scambio di voto elettorale e le norme anticorruzione. A parole provvedimenti voluti da tutti, ma da mesi fermi in Parlamento”.

L’attenzione contro la mafia – ha inoltre aggiunto Vito Lo Monaco – deve essere ordinaria, quotidiana, per mantenere costante l’impegno e sostenere  le iniziative e le attività di repressione del fenomeno mafioso, rafforzandone gli strumenti”.foto lo monaco

Ricco di interventi il programma del convegno. Presenti all’incontro autorevoli magistrati (Antonio Balsamo, Presidente della Sezione Misure di Prevenzione di Caltanissetta, Francesco Greco, Procuratore Capo di Milano, Gaetano Paci, Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Fabrizio Vanorio, Sostituto Procuratore di Napoli, Maurizio Graffeo, Presidente della Corte dei Conti Sicilia, Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo), esponenti di spicco del mondo accademico (Vincenzo Militello, giurista dell’Università di Palermo, Stefania Pellegrini, sociologa dell’Università di Bologna, Ernesto Savona, sociologo dell’Università Cattolica di Milano, Alberto Vannucci, politologo dell’Università di Pisa, Antonio La Spina, sociologo della Luiss di Roma, Salvatore Lupo, storico dell’Università di Palermo); sono anche intervenuti al dibattito, Francesco Greco, Presidente dell’Ordine degli avvocati di Palermo, Enzo Collovà dell’Ordine dei commercialisti di Palermo e Gianna Fracassi della Segreteria Nazionale CGIL, Mimmo Fazio eletto vicepresidente della Commissione Antimafia dell’ARS.

Nel corso del dibattito, la lettura del messaggio di saluto a tutti gli intervenuti, del Presidente della Commissione Nazionale Antimafia Rosy Bindi e del Ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Di seguito alcuni stralci:

On. Rosy Bindi, Presidente Commissione Nazionale Antimafia.

“Questo seminario, testimonia la qualità e il lungo impegno culturale e civile, nel segno di Pio La Torre, e delle sue coraggiose battaglie per la democrazia, contro i poteri mafiosi, e per lo sviluppo del Mezzogiorno. Trent’anni di attività sono l’occasione giusta per riflettere sull’ evoluzione delle mafie e sull’adeguatezza dei nostri strumenti di contrasto, tanto più in una fase in cui i grandi successi registrati dalle forze dell’ordine e dalla magistratura contro la mafia eversiva e stragista, possono indurre nell’opinione pubblica, una percezione affievolita del pericolo. Le mafie sanno adattare le loro strategie al mutare dei tempi e hanno cambiato pelle, sparano di meno e fanno più affari, agiscono nel perimetro delle attività legali, facendo sistema con mondi diversi, compresa la massoneria, grazie alla convergenza di interessi di una vasta area di  insospettabili “colletti bianchi”, imprenditori e manager, e sfruttando le debolezze politiche di amministrazioni compiacenti. In questo contesto-ha affermato Rosy Bindi- è necessario affinare le nostre capacità di analisi e risorse; occorre affiancare un collaudato sistema repressivo con un diffuso sistema di prevenzione al fine di realizzare un effettiva governance nella lotta alla corruzione e all’illegalità, attraverso  una maggiore collaborazione di tutte le istituzioni dello Stato. La lotta alle mafie ci riguarda tutti- ha precisato- Non può essere delegata alle forze dell’ordine e alla magistratura o alle tante associazioni che hanno svolto un ruolo di supplenza alla mancanza di senso di cittadinanza di troppi italiani. C’è bisogno, come affermato dal Presidente Mattarella, del contributo di persone oneste, competenti, tenaci, capaci di compiere il proprio dovere, e sono certa, che in questa direzione non mancherà il contributo del Centro Studi Pio La Torre”.

 On.Andrea Orlando, Ministro della Giustizia:

“Voglio porgere un caloroso saluto alle autorità presenti e agli intervenuti in questa giornata di confronto. Un ringraziamento particolare a Vito Lo Monaco, Presidente del Centro Pio La Torre.

Non dimentico infatti che oggi, celebrando i trent’anni di attività, il Centro Studi dimostra ancora una volta la qualità della sua funzione, ispirando un vivace e fruttuoso dialogo intorno al tema della criminalità mafiosa, tra rappresentanti del mondo accademico, della magistratura, dell’ avvocatura, dei sindacati, delle istituzioni universitarie e scolastiche. Per fare questo, servono perseveranza, coraggio e missione. Già quarant’anni fa, nell’analisi del fenomeno mafioso siciliano, Pio La Torre si era reso conto  di quale ampiezza richieda l’impegno nella lotta alla mafia. Oggi lo scenario è cambiato, essenzialmente perché la lotta alla criminalità organizzata, non è più localizzata in due o tre regioni, ma ha assunto un carattere nazionale e internazionale, sempre più stabile.

Quello che abbiamo di fronte-ha aggiunto il ministro- è una realtà intricata e complessa. Penso al problema delle infiltrazioni  nelle amministrazioni pubbliche: le mafie cercano di penetrare negli enti locali per ottenere in modo illecito una serie di vantaggi economici, controllare il territorio e dimostrare che siano loro a governare, e non le istituzioni pubbliche.

Dobbiamo dunque misurarci con modalità diverse, tramite cui impedire l’attività di penetrazione nelle amministrazioni locali, limitando a monte la loro forza d’ingresso, senza aspettare che il fenomeno si sia  già manifestato e, magari cronicizzato prima di intervenire. Stiamo predisponendo norme di prevenzione, da inserire nel codice dell’antimafia- ha precisato Orlando – Il disegno di legge di riforma, all’esame del senato, interviene, in particolare, sul punto dell’acquisizione dei beni confiscati. Dobbiamo scongiurare la possibilità che i beni mafiosi ritornino, anche in forma indiretta, nelle mani del potere criminale; dobbiamo però, favorire anche un’amministrazione del patrimonio sequestrato, con l’occasione di rilancio dei beni e delle risorse, illegalmente creati o sottratti alla comunità. Si prevede perciò, un’Agenzia con una migliore organizzazione ed una più efficace attività, quanto alla gestione dei beni sequestrati e alla destinazione dei beni confiscati, con una serie di nuove modalità di assegnazione dei beni immobili confiscati già in maniera definitiva. Per quanto riguarda gli strumenti legali della repressione penale, vorrei portare all’attenzione il fenomeno gravissimo del condizionamento del libero voto elettorale, che ha la conseguenza di terremotare le fonti di legittimazione delle istituzioni democratiche, le stesse che devono produrre i nuovi assetti normativi. Il disegno di legge di modifica del codice penale e di procedura penale, in discussione al senato, aumenta la pena per il delitto di scambio elettorale politico- mafioso, mettendo nelle mani delle magistrati un strumento rafforzato”.

Nel corso del convegno, ha preso la parola il Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato.

Possiamo distinguere tre diverse fenomenologie mafiose che hanno caratterizzato il passaggio dalla Prima Repubblica ad oggi; a tal fine occorre cogliere le connessioni macrosistemiche tra l’evoluzione degli assetti economici globali e l’evoluzione degli assetti criminali; in primo luogo va detto, che le mafie tradizionali si erano sviluppate all’interno di un ‘economia assistita meridionale, foraggiata dalla spesa pubblica; il centro del potere politico dirottava verso le periferie e il sud; in questo contesto, quote consistenti della spesa pubblica venivano utilizzate, invece che per promuovere lo sviluppo, per gestire quello che gli economisti hanno definito come il management del sottosviluppo, cioè per finanziare enormi catene clientelari gestite dalle organizzazioni mafiose, le quali garantivano un voto di scambio fidelizzato e stabile, garantendo così una certa continuità politica. La spesa pubblica veniva spartita così, tra i vertici del potere politico e i vertici del sistema mafioso, che sedevano all’interno della stessa cabina di regia.

Uno degli assi portanti di questo equilibrio macro-economico e politico era rappresentato dal ciclo edilizio.

Dopo l’adesione al Trattato di Maastricht cambia tutto.

Si assiste fin da subito ad una riduzione progressiva della spesa pubblica con conseguenti ricadute anche sul ciclo edilizio ( appalti e commesse); quindi la riduzione strutturale della spesa pubblica e l’esaurimento del ciclo edilizio hanno portato – ha precisato il Procuratore Generale– alla perdita delle principali fonti economiche delle organizzazioni mafiose; infatti, da alcune intercettazioni, è emersa una certa difficoltà a garantire le spese ordinarie dell’amministrazione mafiosa.

La mafia c.d. mercatista invece, è costituita dai componenti più evoluti del sistema mafioso, cioè quelli che hanno preso atto che la Prima Repubblica è finita, che esiste la globalizzazione, con una domanda di massa di beni e servizi (stupefacenti, prostituzione, gioco d’azzardo), i quali possono essere offerti nel mercato globale, dove la mafia mercatista funge da agenzia per il traffico di questi beni e servizi.

Per quello che riguarda i servizi alle imprese – ha aggiunto Scarpinato – la mafia mercatista è in grado di offrire sul libero mercato un abbattimento dei costi di produzione in un’economia sempre più competitiva.

Molto spesso le strutture organizzative tipiche delle mafie mercatiste, operano senza utilizzare il c.d. metodo mafioso, offrendo appunto servizi a prezzi ridotti, senza avere esteriorizzato il metodo mafioso, tanto che la Cassazione aveva dato la definizione di mafia silente.

Il problema è che, siccome l’art 416 bis, prevede l’utilizzazione effettiva del metodo mafioso nel territorio, che in questi casi non c’era, allora la Cassazione ha fatto un’interpretazione della norma, secondo cui è sufficiente considerare l’esistenza di una cellula organizzativa mafiosa, perché così può ritenersi  implicito che l’organizzazione madre si prepari ad aggredire il territorio.

Questa interpretazione molto criticata dai giuristi, fa riflettere sull’obsolescenza di alcuni istituti normativi pensati sulla mafia della Prima Repubblica”.

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